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25 APRILE, FINI DAI MILITARI ITALIANI IN AFGHANISTAN: "VOI ESEMPIO DI LOTTA PER LA LIBERTÀ"

Nel giorno in cui l’Italia celebra la liberazione dal fascismo e dal nazismo, il presidente della Camera nella base di Camp Arena, nella provincia di Herat. "Fine missione nel 2014? Traguardo previsto, ma è probabile uno slittamento ulteriore".

 

"Oggi, 25 aprile, festa della Liberazione, ognuno di voi è idealmente la dimostrazione di come la lotta per la libertà non conosca confini geografici, e di come in nome della libertà bisogna continuare lo sforzo con il massimo impegno". Gianfranco Fini, presidente della Camera, lo dice nel piazzale della base militare italiana di Camp Arena, in Afghanistan, nella provincia di Herat, sud-ovest del paese e seconda città afghana per importanza. Nel giorno in cui l’Italia celebra la liberazione dal fascismo e dal nazismo, Fini si rivolge ai militari schierati ricordando ai nostri connazionali in divisa come loro, impegnati nella liberazione dell’Afghanistan “dalla schiavitù e dall’ignoranza”, 66 anni dopo raccolgano “idealmente il testimone” della lotta di Liberazione italiana, ricordando “cosa significhi difendere la libertà”. In tal modo, auspica il presidente della Camera, si riconosce con “maggiore grado di consapevolezza quello che è il ruolo delle nostre forze armate”.

Ciò detto, “spero che non suoni retorico dire che proprio chi con il tricolore nel cuore e orgoglioso della storia patria è impegnato come voi per liberare popolo afghano da violenza, schiavitù e degrado, sia il migliore testimone di cosa significhi tanti anni dopo ricordare la festa della Liberazione”. Infatti, spiega Fini, “il 25 aprile del 1945 si concluse la lotta di liberazione dai nazisti”. Certo, “i nostri militari qui non sono impegnati contro un invasore, ma sono impegnati per liberare l’Afghanistan dal fanatismo, dall’integralismo, dall’ignoranza e dalla miseria”, rileva il presidente della Camera, però ciononostante “sono nemici difficili da combattere quanto se non più di eserciti invasori”. Il Regional Command West in Afghanistan è affidato ai paracadutisti della Folgore. Nella base di Camp Arena ci sono anche i Bersaglieri della Garibaldi, le unità cinofile di Grosseto e l’aviazione dell’esercito che pilota gli elicotteri Mangusta e Ch47.

La terza carica dello Stato è stata accolta dal comandante della base, il generale di Brigata, Carmine Masiello, che comanda la Folgore. Fini è accompagnato dal deputato di Fli, Gianfranco Paglia (ex parà della Folgore, ferito nel 1993 al tragicamente noto ‘check point pasta’ a Mogadiscio, medaglia d’oro al valor militare), che rivolge un saluto al Tenente Colonnello Alessandro Albamonte, capo di Stato maggiore della Brigata Paracadutisti Folgore, colpito da un pacco bomba lo scorso primo aprile, nella caserma di Livorno. Certo, quello degli italiani in Afghanistan – come in altri teatri come quello cruciale del Libano - è un impegno e un sacrificio spesso immolato sull’altare della politica di palazzo, usato come terreno di scontro o merce di scambio tra fazioni, di recente spesso da parte di forze di maggioranza.

E allora ciclicamente si parla di ‘spostamento’, ‘ridimensionamento’, ‘revisione’ e ‘disimpegno’ delle truppe col tricolore invece impegnate in missioni decise da organismi internazionali dei quali l’Italia fa parte. Ultimamente è stato il caso dell’immigrazione: la correttamente e ampiamente annunciata ‘crisi sbarchi’ a Lampedusa – con numeri in effetti ben minori di altri casi ben gestiti dall’Italia, come la Bosnia o prima ancora l’Albania – è stata l’occasione per chiedere di ‘spostare’ uomini dalle missioni all’estero alla ‘tutela’ del territorio. 'Francamente non vedo il nesso tra le due questioni, che non devono ovviamente essere tenute sullo stesso piano- taglia corto Fini - credo che la presenza delle nostre forze armate in missioni umanitarie di pace debba essere sempre concordata e stabilita nell'ambito delle organizzazioni internazionali'.

Sempre sul tema dell’uso della missione internazionale a scopo politico interno, c’è anche la valutazione sul ‘quando’ rientrare, sul ‘quando finirà’, di solito declinata nel ‘fate tornare i nostri ragazzi’ che alcune parti politiche lanciano sovente all’atto dell’ultima tragedia. La cosa, però, è piuttosto complicata. In altri termini, per tornare bisogna aver terminato quel che si sta facendo, anche per rispetto nei confronti di chi a casa non ci tornerà più. Ma, polemiche a parte, quale può essere un ragionevole timing per poter serenamente ammainare il tricolore sulla riarsa terra afghana? Recentemente il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha indicato il 2014. “Quello del 2014 è il traguardo previsto- spiega Fini dopo un briefing con i generali e sostanzialmente correggendo il titolare della Difesa- è realistico, anche se immagino che ci sarà uno slittamento ulteriore, perché è un passaggio di consegne che sarà possibile nel momento in cui le autorità afghane saranno pienamente pronte ad essere impegnate in modo esclusivo alla lotta al terrorismo e alla ricostruzione del paese”.

Questo, sottolinea il presidente della Camera, “diciamo che è l’auspicio di tutti, e che e il Prt di Herat è un ottimo modello” di come si possa avviare un paese, anche se martoriato come l’Afghanistan, ad una certa normalità. Il ‘Provincial reconstruction team’ o Prt è una delle strutture visitate da Gianfranco Fini attraversando Herat in auto, e prendendosi qualche inevitabile rischio (va detto che l’apparato di sicurezza era dei migliori). Si trova a circa 15 chilometri da camp Arena, e “vive a stretto contatto con la popolazione, essendo da sei anni qui, nel centro città”. A descriverlo così è il colonnello Paolo Pomella, 49 anni, comandante della task force ‘Lince’ del Prt XV della Provincia di Herat (in tutto l’Afghanistan ci sono 27 Prt), dove vive una popolazione stimata nel 2010 in 1,6 milioni di persone. Il Prt è una struttura all’interno della quale operano militari, diplomatici ed esperti di ricostruzione, per responsabilizzare i governi locali nei confronti dei loro amministrati, dei cittadini.

L’Italia è a capo di quello di Herat, e nel complesso di ‘Camp Vianini’ – alcuni edifici in affitto in zona semicentrale della città, a poca distanza dalla Moschea Blu e dai bazar – operano gli effettivi del 132mo reggimento di artiglieria corazzata ‘Ariete’ e gli specialisti civili del Multinational Cimic group di Motta di Livenza (Treviso). Le componenti civili e militari lavorano in sinergia per lo sviluppo della sicurezza, per l’estensione dell’autorità del governo afghano centrale e per l’avvio della ricostruzione. Il tutto però seguendo la struttura sociale del paese e quindi entrando in contatto con i rappresentanti chiave della società afghana: i capi tribali, le shura (assemblee) ed i leader religiosi. “Essenzialmente si tratta di sedersi a terra, bere molto tè, chiacchierare con i capi- spiega Pomella rispettosamente- ascoltando le loro necessità e conducendo attività in tutta la Provincia per guadagnare la fiducia della gente”.

Comprensione e rispetto della cultura afghana, ma senza rinunciare ad agire sul versante della condizione femminile, forse mai così negata come in questo paese, anche nell’indumento simbolo tanto dell’oppressione femminile quanto dell’islamofobia, il burqa (peraltro piuttosto raro nelle strade del centro di Herat). Il Prt opera su questo fronte attraverso il Female engagement team, una ‘squadra di coinvolgimento femminile’ composta da donne in divisa che svolgono attività di approccio con la popolazione femminile, “rapportandosi ad autorità e rappresentanti femminili sia a livello locale sia a livello distrettuale”, spiega il colonnello, “abbiamo contatti ad esempio con Maria Bashir, procuratore capo della Provincia”, e tra le realizzazioni pratiche c’è il Woman’s social center, opera del Prt. A proposito di realizzazioni pratiche, come si svolge la cooperazione tra strutture occidentali e tessuto sociale e produttivo afghano?

“Il governatore della provincia fa una lista di necessità- spiega Pomella- richieste provenienti dai distretti e da altre fonti, come quelle tradizionali rappresentate dagli anziani e dalle shura, richieste come un pozzo, una scuola”. Il governo di Herat ed il comandante del Prt danno l’ordine di priorità, “e la lista di progetti va a Roma, al ministero della Difesa”. Una volta che il progetto “è stato approvato e finanziato, torna da noi”, aggiunge il comandante. “Stiamo approvando i progetti 2011 con uno stanziamento di 5 milioni in tutta la Provincia- spiega Pomella- da quest’anno passiamo a tutti i distretti: visto che la città è ancora da consolidare ma è migliorata, adesso tocca andare fuori”. Nello svolgimento pratico vige la regola dell’’Afghan first’: “i progetti vengono sviluppati dagli ingegneri del Cimic, ma il Prt usa solo risorse del paese, come piccole e medie imprese afghane con lavoratori locali e materiali nazionali- spiega il comandante- con lo scopo di promuovere l’economia locale e il benessere nella scelta di progetti che soddisfino necessità della popolazione, e impiegando anche ingegneri locali, messi sotto contratto”.

Progetti “da concludersi entro l’anno, che devono essere gestibili e sostenibili dagli afghani, una volta che vengano loro affidati”. Per ‘motivare’ le imprese e i lavoratori si procede per passi, verificando lo stato di avanzamento e la qualità al 10%, al 40%, al 70% ed alla fine del lavoro: “se è ben fatto, bene, paghiamo- chiarisce Pomella- se non lo è, va migliorato prima di proseguire”. Insomma, l’Italia fa qualcosa in Afghanistan che va oltre la divisa. Pomella lo ha spiegato al presidente della Camera: “Il Prt va avanti ormai da sei anni e i risultato si sono visti: la città di Herat è ormai alla ‘transition’”. I risultati si vedono: palazzine in costruzione, da 3-4 piani, sedi di banche dalle superfici vetrate, cantieri, centri medici, rivenditori di moto, meccanici, auto. “Herat è una delle città più progredite della realtà afghana- commenta Fini- ospita 400 mila abitanti, c’è l’università e un polo industriale, anche se certo non paragonabile ai nostri”.

E’ una città “che dimostra che se si garantisce la sicurezza ci sono tutte le condizioni per un maggior tasso di sviluppo- prosegue il presidente della Camera- qui le nostre truppe sono impegnate per la ricostruzione civile attraverso il Prt, opere pubbliche e infrastrutturali. Opere fondamentali per permettere a questa provincia di riprendersi”. Ci sono “tante condizioni positive se si pensa a quanto accadeva tempo fa- valuta Fini- anche se il percorso è costellato di tante difficoltà potenziali”, ma ciononostante, “quello di consentire all’Afghanistan di liberarsi dall’integralismo e dal terrorismo è un ruolo di assoluta e primaria importanza”. Quello che sta accadendo, però, “non sarebbe potuto avvenire senza il ruolo della comunità internazionale e senza, ahimè, il sacrificio di tanti militari e civili molti dei quali italiani- ricorda il presidente della Camera- per questo ho scelto il 25 aprile per salutare le nostre truppe e testimoniare loro la vicinanza delle istituzioni”.

Militari che “sanno perfettamente che in alcuni momenti non sempre si è compresi. Ma è triste quando non è compreso da parte della pubblica opinione italiana o da parte di alcune istituzioni il loro senso del dovere, la loro dedizione e il loro amore per la patria- aggiunge Fini- questi ragazzi non chiedono di essere sotto i riflettori, ma chiedono che non si parli di loro solo nelle occasioni tragiche, solo quando il nostro popolo accoglie la salme dei caduti. E’ questo il dovere che dobbiamo avvertire nei loro confronti e nei confronti delle loro famiglie”. Forse, però, intanto, le bambine in divisa che sciamano fuori da una scuola piuttosto moderna, i loro colleghi giusto un po’ più grandi attorno ad un rivenditore di bibite, quelli che a scuola magari non ci vanno e viaggiano aggrappati al sellino posteriore di una motoretta, tutti questi giovani afghani che al passaggio del corteo blindato di italiani salutano sorridendo ricambiati dai militari col tricolore, forse loro lo sanno cosa faceva chi in Afghanistan ha lasciato la pelle. Anche per loro, e per i caduti, oggi è stato il 25 aprile.


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