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ANTITRUST, PARAFARMACIE: RECUPERARE IL TEMPO PERDUTO

La relazione annuale del Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza Antonio Catricalà ha dimostrato ancora una volta come molteplici siano i tentativi di fare marcia indietro sulle politiche di liberalizzazione. 

 

Gli interventi urgenti dell’Antitrust sui provvedimenti legislativi tesi a cancellare le parafarmacie e la tenacia con cui si tenta di fare marcia indietro sulle liberalizzazione, mostra in maniera inequivocabile come la “cultura” della libera concorrenza sia difficile da affermare in Italia. Mentre sale il numero dei disoccupati, cresce il numero delle aziende costrette a chiudere e si profila una dura manovra economica, c’è ancora chi tenta di proteggere il proprio “orticello” limitando il numero di concorrenti all’interno dei mercati.

E’ il caso dell’Associazione dei titolari di farmacia che spinge perché sia approvato in Senato un disegno di legge (Gasparri/Tomassini) che non porterebbe alcun miglioramento alla distribuzione del farmaco, ma restringerebbe ulteriormente la concorrenza in un settore tra i più blindati in assoluto. Il Presidente della XII Commissione Igiene e Sanità, malgrado i tentativi di ascoltare solo “voci amiche”, ha ricevuto autorevoli parerei negativi al ddl 863 di cui è co-firmatario. Buon ultimo quello delle Regioni che, circostanziando le proprie motivazioni, ha rigettato al mittente l’intero progetto. Malgrado ciò, lo stesso Presidente si è permesso di definire tali parerei viziati da eccessiva “ideologia”.

Tale atteggiamento deve essere rimosso dall’agenda politica del Paese, perché, usando le parole di Catricalà, “senza concorrenza è a rischio la vitalità, già compromessa, del sistema economico”. Gli interventi dell’Antitrust sulla distribuzione dei farmaci da banco hanno permesso un risparmio di 73 milioni di euro, se fosse consentito di allargare alle parafarmacie la vendita dei farmaci con obbligo di ricetta acquistati direttamente dai cittadini (fascia C) il risparmio arriverebbe a 700 milioni di euro con un incremento del numero degli occupati, la nascita di nuove aziende e quindi nuove entrate per lo Stato. Può in questo particolare momento l’Italia permettersi di rinunciare a tutto ciò? Noi crediamo proprio di no.


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