Roma - "Il referendum del 25-26 giugno 2006 è stato giustamente indicato da più parti come il chiaro segnale di una “svolta” di quelle destinate a caratterizzare la nostra storia costituzionale, di un evento “storico”, dal momento che la nostra Costituzione ha superato, per la prima volta, la prova del consenso elettorale al quale era stata sottoposta , mostrando che l’impianto di base della stessa è ancora sentito come valore nazionale identitario e della prova della definitiva fine di un ciclo (quello della “grande riforma”) .
I primi commenti della dottrina, così come pure le discussioni parlamentari, si sono in larga maggioranza orientatati nel senso di trarre dall’ennesimo fallimento (dopo le esperienze delle varie Bicamerali) di un progetto di “grande riforma”, l’insegnamento di considerare definitivamente tramontata tale concezione “eroica” , per tornare ad un’attività di manutenzione della Costituzione, a riforme specifiche e puntuali, tali, tra l’altro, da non vanificare – come invece accade nel caso di riforme organiche e generali – il significato oppositivo del referendum costituzionale".
Inizia così l'audizione del prof. Roberto Romboli, Ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Pisa, che ha avuto luogo lo scorso 13 giugno in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla riforma della giustizia. |