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CARNEVALE TRA FRAPPE E CASTAGNOLE. MOLTO MEGLIO IL “FAI DA TE”

Per un chilo di dolcetti della tradizione l’anno scorso si spendevano tra i 15 e i 20 euro, oggi servono tra i 18 e i 25 euro. I consumi restano stabili: 22 mila tonnellate complessive per una spesa che sfiora i 160 milioni di euro.

 

Il Carnevale entra nella settimana “clou” e con l’aumento di feste, sfilate e cortei mascherati parte anche la corsa alle ultime specialità della tradizione carnascialesca: frappe, castagnole, frittelle e company. Ma quest’anno il consumo dei dolcetti “di stagione” rimane stabile rispetto al 2010, complice l’ennesimo incremento dei prezzi. Se nel 2010 un chilo di frappe costava in media tra i 15 e i 20 euro, quest’anno i costi lievitano ancora, attestandosi tra i 18 e i 25 euro al chilo, per arrivare a punte di 35 euro. Con un incremento medio sull’anno del 12 per cento. Molto meglio, quindi, il “fai da te”. La spesa per le frappe fatte in case si può aggirare intorno ai 5 euro sempre per un chilo. Sicuramente si risparmia, e anche di tanto. In ogni caso, “casalinghe” o di pasticceria, le frappe e le castagnole restano regine delle tavole: in tutto il periodo carnevalesco il consumo di specialità come queste è stimato intorno alle 22 mila tonnellate, esattamente come nel 2010, per una spesa totale che sfiora i 160 milioni di euro (contro i 140 milioni dello scorso anno).

Ma le specialità di Carnevale non sono le stesse in tutte le regioni italiane: si va dalla “cicerchiata” dell’Abruzzo alle “chiacchiere” della Basilicata; dalla “pignolata” in Sicilia e Calabria agli “struffoli” in Campania; dalle “sfrappole” e “lasagnette” in Emilia Romagna ai “crostoli” del Friuli Veneria Giulia; dalle “frappe e castagnole” del Lazio alle “bugie” della Liguria e del Piemonte; dai “tortelli” della Lombardia ai “berlingozzi” ai “cenci”, alle “ciambelle” della Toscana, dai “brugnolus” e “orillettas” della Sardegna ai “grostoi” del Trentino, ai “galani” del Veneto. D’altra parte il Carnevale è una festa che nasce proprio dalla tradizione contadina. Forti, infatti, erano le valenze simboliche legate al mondo agricolo-pastorale: si salutava la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, la quale, secondo le credenze popolari, dava vita ad un ciclo di stagione opulenta, feconda e fertile per la terra, assicurando ottimi raccolti.


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