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CONFINDUSTRIA: LA CRISI NON E' FINITA ANCHE SE QUALCHE MIGLIORIA C'E'

Bari: convegno organizzato da Confindustria, dedicato alle imprese del mezzogiorno. I lavori sono stati aperti da Nicola De Bartolomeo, presidente di Confindustria Puglia seguito l’intervento di Enzo Giustino, presidente del Banco di Napoli, del Ministro Raffaele Fitto, ministro degli affari regionali, del Ministro Roberto Maroni, ministro dell'interno. A chiudere Emma Marcegaglia.

 

Oggi al teatro Petruzzelli di Bari si è tenuto il convegno organizzato da Confindustria, sotto l'alto patronato del presidente della Repubblica, dedicato alle imprese del mezzogiorno dal titolo "Il sud aiuta il sud". I lavori sono stati aperti da Nicola De Bartolomeo, presidente di Confindustria Puglia in qualità anche di padrone di casa, a cui ha fatto seguito l’intervento di Enzo Giustino, presidente del Banco di Napoli, e di Alessandro Laterza, a capo della commissione cultura sempre di Confindustria. Tra gli interventi di maggiore rilievo, segnaliamo quello di Cristiana Coppola, vicepresidente di Confindustria per il mezzogiorno, del Ministro Raffaele Fitto, ministro degli affari regionali, del Ministro Roberto Maroni, ministro dell'interno. A chiudere i lavori Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria.

Intervento del Presidente Emma Marcegaglia
La crisi non è finita, anche se qualche miglioramento c'è. Ma la congiuntura resta “molto complessa e quindi serve grande attenzione”. Così Emma Marcegaglia commenta i dati Istat su fatturato e ordinativi dell'industria diffusi oggi. “I piccoli miglioramenti che si vedranno saranno comunque lenti e difficili”. “L'impatto sull'occupazione c'é, siamo a un tasso di disoccupazione a oltre l'8,5%”, sottolinea Marcegaglia che ricorda la priorità di gestire nei prossimi mesi alcune situazioni complesse di ristrutturazione. “L'importante é farlo insieme, con Governo, istituzioni, sindacati”. La presidente di Confindustria torna a rilanciare la necessità di grandi riforme, «perché il Paese soffre di una crescita troppo lenta”. Sulla fase attuale Emma Macegaglia è molto chiara. “Siamo nell'ambito di una crisi molto pesante. I dati, che ci aspettavamo, evidenziano che l'Italia é stata colpita duramente da questa crisi, ma come dicevo qualche piccolo segnale di ripresa c’è”. Emma Marcegaglia valuta positivamente l'apprezzamento del dollaro sull'euro, seguito anche alla decisione della Fed di rialzare i tassi di interesse. Può dare una boccata di ossigeno alle imprese italiane perché “veniamo da mesi in cui la forza dell'euro aveva penalizzato le esportazioni e la nostra capacità di stare sui mercati internazionali”. Il cambio, dunque, insieme alla “maggiore competitività del nostro sistema, può aiutare a vendere di più all'estero”.

Ministro dell’Interno Roberto Maroni
All'incontro è intervenuto come dicevamo il Ministro dell'Interno. La criminalità organizzata “non è una questione solo del Sud”, ha detto Roberto Maroni che ha rivendicato l'impegno del Governo negli ultimi due anni, segnati da “numerosi” successi nel contrasto alla criminalità, “un cancro che inquina il mondo legale dell'economia. L'impegno che lo Stato ha profuso in questi due anni - ha aggiunto - è stato straordinario”. “La strada maestra” intrapresa “è l'aggressione ai patrimoni mafiosi”, ha detto ancora, ribadendo che “il compito del governo è stato assolto” mettendo a disposizione “strumenti tecnici e giudiziari”. Maroni ha quindi indicato in “7,6 miliardi il patrimonio sottratto alla criminalità organizzata. Mentre se il fatturato della 'ndrangheta è di 40 miliardi, si stima essere di oltre tre volte quello della criminalità organizzata”.

Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola
“Siamo stati una Regione in grado di dire molti sì. Sì alle energie rinnovabili dall’eolico al fotovoltaico”. Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nel suo discorso di saluto. Secondo Vendola, occorre puntare su “innovazione e qualità”.
“Il Sud ha tanti difetti, tante piaghe, tanti dolori, tante patologie, eppure è anche tante cose positive, non è soltanto un cumulo di ombre c'è anche tanta luce che dovrebbe illuminare anche di fronte all'opinione pubblica nazionale il lavoro duro, l'intrapresa, la creatività”. Per Vendola, il Sud ha anche “capacità di mettersi in discussione, di rompere pigrizie culturali” e bisogna capire “che il Sud non sarà salvato da nessun Dio che non sia la comunità del proprio popolo, dei propri attori fondamentali”. “Bisogna anche capire che è arrivato il momento di chiudere con la stagione delle prebende, delle elemosine e dell'assistenzialismo - ha proseguito - e di cominciare con la stagione in cui si cammina con le proprie gambe e si assume la responsabilità di governare con coraggio i processi di innovazione”. “La sopravvivenza - ha detto ancora - significa essere già morti, per vivere bisogna osare l'innovazione, la qualità, osare il futuro: come pubblica amministrazione, per quello che potremo fare, cercheremo di esserci”.

INTERVENTI

1- Il Sud aiuta il Sud: le tesi di Confindustria


Con il Convegno di Bari, Confindustria pone all’attenzione del Paese la sua visione di un Mezzogiorno che può rimuovere le cause profonde del suo ritardo facendo leva sull’impegno e senso di responsabilità delle sue classi dirigenti. Il Sud deve trovare in se stesso la forza di cambiare (Il Sud aiuta il Sud) e questo è possibile, perché è in atto un significativo cambiamento di mentalità che nelle regioni meridionali sta portando i giovani, la società civile, gli imprenditori, fuori da quella cultura del sussidio e dell’isolamento frutto di lunghi decenni di assistenzialismo e di clientelismo.

Confindustria è convinta che il primo impegno debba essere quello di ricostruire la fiducia come collante della vita collettiva, come vero e proprio “capitale sociale”, attraverso una decisa presa di coscienza della complessità e gravità del fenomeno criminale (si calcola che circa il 30% delle imprese meridionali subisca una qualche forma di ingerenza da parte della criminalità). Con l’approvazione a fine gennaio della delibera per la tutela della trasparenza, che integra con norme speciali il Codice Etico confederale, Confindustria ha confermato con i fatti di schierarsi in maniera attiva al fianco dei tanti imprenditori che si impegnano per la legalità, sia prevedendo sanzioni interne che colpiscono ogni forma di connivenza con la criminalità, sia costituendosi parte civile nei processi che vedano le imprese associate parte lesa o imputata.

Altrettanto forte è l’attenzione posta da Confindustria verso il funzionamento della P.A. e dei servizi nelle regioni meridionali. La Pubblica Amministrazione deve recuperare efficienza, favorire il corretto svolgimento dell’attività imprenditoriale e lo sviluppo di un habitat nel quale aziende e cittadini possano muoversi in libertà e sicurezza (appena il 7,5% delle Associazioni del Mezzogiorno giudica buono il funzionamento degli uffici amministrativi sul proprio territorio).  Per innalzare la qualità dei servizi e migliorare l’organizzazione della P.A. centrale e locale occorre definire ex ante gli obiettivi in termini di qualità dei servizi, affidare la misurazione dei risultati a soggetti indipendenti dalla politica, diffondere e spiegare alla cittadinanza i risultati raggiunti, rafforzare i sistemi di premialità.

Un uso efficace dei fondi comunitari è un passaggio obbligato per una crescita più sostenuta e territorialmente equilibrata del Mezzogiorno. Perché ciò avvenga occorre superare le numerose criticità emerse dalla precedente esperienza di programmazione: amministrazioni regionali prive di adeguate competenze interne, con troppi poteri e scarsi controlli; scarso coordinamento a tutti i livelli, centrali e locali; frammentazioni e particolarismi che hanno fatto premio su una logica di sistema e di interregionalità. La nuova programmazione 2007-13 sta riproponendo molte di queste criticità e ciò rende indispensabile, a parere di Confindustria, superare un approccio “localistico”, concentrando le risorse su pochi, ma selezionati obiettivi strategici: dalla ricerca e innovazione al capitale umano; dalla creazione di moderne reti infrastrutturali materiali e immateriali all’efficienza energetica; dall’ambiente alla semplificazione su base automatica delle misure a favore degli investimenti. Un coordinamento centrale affidato a una Cabina di regia può mettere Governo e Regioni nella condizione di selezionare e concentrare i fondi sulle priorità condivise, aprendo la definizione di priorità e criteri di intervento anche al contributo delle parti economiche e sociali. Attraverso la costituzione di un apposito Osservatorio sui fondi strutturali, Confindustria si impegna a monitorare l’andamento quantitativo e qualitativo della spesa e dei progetti in corso di approvazione sul territorio.

L’imminente avvio della riprogrammazione dei fondi 2007-13 sarà un’occasione da non perdere per affrontare il nodo dei ritardi diffusi a tutte le tipologie di infrastrutture (le Regioni dell’obiettivo convergenza  dispongono di di 6.9 miliardi di euro). L’orientamento di fondo deve essere quello di migliorare al tempo stesso la qualità dei progetti e l’efficienza della loro realizzazione. In una prospettiva euromediterranea, il rilancio del Mezzogiorno potrà trovare nuove opportunità di sviluppo, attraverso più intense relazioni economiche, ma anche attraverso una strategia integrata che investa tutte le articolazioni infrastrutturali e le reti di collegamento ai terminali portuali meridionali e alle connesse strutture di movimentazione e lavorazione.

Centrale in una strategia di sviluppo è il tema della ricerca e innovazione. Per le quattro Regioni dell’obiettivo convergenza si disporrà tra il 2007-13 di oltre 7 miliardi di euro: grazie a queste risorse occorre superare con forza l’isolamento e la chiusura relativa dei sistemi produttivi e di ricerca del Sud, creando reti di collaborazione nazionali e internazionali. Il Progetto Sud-Nord promosso da Diana Bracco e Cristiana Coppola si muove in questa direzione, con l’obiettivo di creare sinergie e reti tra diverse aree del Paese, partendo dalle potenzialità presenti nel Mezzogiorno.

Un ruolo non secondario dovrà essere assunto dal rilancio degli investimenti produttivi, riformando profondamente il sistema agevolativo: tra il 2003 e il 2008 sono stati censite 1307 misure agevolative, delle quali 1216 facenti capo ad amministrazioni regionali. Troppo a lungo il sistema delle imprese si è adagiato su meccanismi di incentivazione a pioggia, che hanno finito per alimentare una logica di assuefazione e di dipendenza dall’aiuto pubblico. Il sistema va fortemente semplificato puntando decisamente su misure automatiche, come il credito d’imposta, che non lasciano spazio ad intermediazioni ed espedienti, ma premiano le imprese virtuose capaci di generare reddito, con obblighi fiscali e contributivi da assolvere.

Altri importanti campi di intervento richiamati nelle Tesi sono quello dell’ambiente e dell’energia (per il quale, tra il 2007 e il 2013, si dispone complessivamente di 6,5 miliardi di euro) e quello del miglioramento e della valorizzazione delle risorse umane (4,7 miliardi di disponibili nello stesso periodo. La promozione delle fonti rinnovabili, l’efficienza energetica, la gestione dei rifiuti in una logica industriale e gli investimenti di rete devono procedere di pari passo, in modo da agevolare il raggiungimento degli obiettivi con maggiore flessibilità e minori costi per il sistema Paese. Per quanto riguarda il capitale umano ogni sforzo deve essere rivolto a colmare i divari esistenti nella qualità dell’istruzione tra Nord e Sud, senza perdere di vista la necessità  di ridurre il livello di educational mismatch, tra qualificazione dell’offerta di lavoro e competenze richieste dalle imprese.

Infine, un cenno al federalismo fiscale, il cui avvio deve essere l’occasione per dare efficienza alla gestione delle risorse pubbliche al Sud (commisurando la spesa sui costi standard delle gestioni più efficienti, anziché sulla spesa storica), ma anche per introdurre meccanismi perequativi capaci di promuovere lo sviluppo imprenditoriale nelle regioni meridionali.

Confindustria ritiene che il Meridione sia l’area del Paese che, in questa fase di difficoltà, ha più bisogno di riformarsi fortemente al suo interno. Quanto più si riuscirà a superare la retorica della dipendenza e del rivendicazionismo, assumendo  le parole d’ordine della responsabilità, dell’efficienza, dell’impegno, tanto più si potranno pretendere condizioni di contesto e qualità di servizi adeguate ai livelli propri di un  Paese moderno e competitivo. 


2 - Efficienza dei servizi pubblici e sviluppo delle imprese nel Mezzogiorno
di Guido Pellegrini


Esiste un significativo gap tra le regioni meridionali e quelle del Centro Nord. sia nella produzione di beni e servizi che hanno un impatto diretto sulla vita delle imprese (politiche di semplificazione e regolazione a favore delle imprese, politiche a favore del lavoro,  politiche locali a sostegno dello sviluppo) sia di quelli che hanno effetti indiretti (dalla giustizia civile all’istruzione, dalle infrastrutture di trasporto alla sicurezza).
Nel complesso, le capacità amministrative delle Regioni del Mezzogiorno, misurate dall’”indice di buon governo” elaborato dal FORMEZ, sono in media pari al 68% di quelle del resto del Paese, senza una differenza sostanziale tra indicatori riferiti agli adempimenti burocratici, al funzionamento degli strumenti per sostenere l’occupazione e la formazione, al sostegno agli investimenti delle imprese. Un dato tra tutti segnala con chiarezza l’ampiezza di tali divari: tempi e costi per l’apertura di una impresa nel Centro Nord sono inferiori di circa la metà rispetto al Mezzogiorno.
Analogamente, tra i fattori di contesto che influenzano indirettamente la competitività delle imprese meridionali, il lavoro evidenzia:
-    una giustizia civile meno efficiente nel Mezzogiorno: basti pensare che la durata di un procedimento giudiziario nel distretto meridionale meno efficiente (Lecce)  è pari a circa 3 volte quelle del distretto più efficiente del Centro Nord (Torino);
-    un livello più basso nell’offerta di istruzione e nella qualità delle strutture scolastiche: secondo la rilevazione INVALSI, in tutte le materie oggetto di valutazione ed in tutti i gradi scolastici considerati, le regioni del Nord risultano generalmente al di sopra della media nazionale, mentre la quasi totalità di quelle meridionali si posiziona al di sotto;
-    una qualità inferiore nella dotazione infrastrutturale: la quota di rete FS a binario doppio elettrificato è inferiore alla media nazionale di oltre il 15% nelle regioni del Sud, mentre nelle isole inferiore del 75%;
-    un maggiore costo economico causato dalla presenza della criminalità, stimabile in circa il 50% in più rispetto alle regioni del centro nord.
Ponendo in relazione alcuni di tali indicatori con l’andamento del valore aggiunto, viene confermata l’esistenza di una correlazione positiva: più alti sono i divari nell’offerta di servizi pubblici, minore è la crescita dei territori interessati. In particolare, emerge il ruolo preminente  dell’istruzione nella crescita dei territori meridionali, confermandone l’importanza tra i fattori di sviluppo di lungo periodo.
Essendo così gravi e profondi i divari esistenti nella qualità e nella quantità dei servizi pubblici, è necessario che siano le politiche ordinarie a farsi carico di elevarne lo standard: le politiche aggiuntive, prima tra tutte la politica regionale, possono al più supportarle. Gli strumenti che possono essere utilizzati per migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione sono principalmente tre:
-    la semplificazione dei rapporti amministrativi con le persone e le imprese, riducendo l’onere burocratico per i cittadini e la discrezionalità nei comportamenti amministrativi;
-    il rafforzamento della condizionalità nella concessione dei fondi pubblici, diffondendo metodi valutativi e buone pratiche nelle amministrazioni pubbliche, anche locali;
-    il potenziamento dei meccanismi di premialità su obiettivi di efficienza amministrativa a livello regionale, in particolare per quanto riguarda l’assegnazione di risorse aggiuntive.
In sostanza, per promuovere un percorso di crescita duratura nel Mezzogiorno è necessario che la pubblica amministrazione da un lato semplifichi e renda più trasparente il proprio funzionamento, dall’altro adotti metodi e prassi che ne valorizzino l’efficienza.


3- Cara PA: al Sud di più. Il peso della PA nell’economia delle imprese meridionali
a cura del Censis


Lo studio è stato volto a rilevare la percezione delle Associazioni industriali del Mezzogiorno rispetto al rapporto tra imprese e pubblica amministrazione, mediante una indagine di campo a cui hanno risposto circa 100 tra imprenditori con cariche elettive e rappresentanti delle strutture del sistema Confindustria.
Dalla rilevazione emerge la grande importanza della questione: il 64,2% degli intervistati ritiene infatti che l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, assieme alla carenza di infrastrutture che questa stessa ha prodotto negli anni, sia la principale causa del gap di competitività che separa il Mezzogiorno dal Centro Nord.

E’ una inefficienza congenita al sistema, causata dalla pervasività delle logiche clientelari, e soprattutto trasversale alle diverse dimensioni di intervento della sfera pubblica: dal funzionamento degli sportelli all’erogazione di servizi pubblici, dal funzionamento della giustizia alla tutela della sicurezza. Oltre il 90% degli intervistati giudica insufficiente o scarso il funzionamento degli uffici pubblici sul proprio territorio, solo il 13% dà una valutazione positiva del funzionamento della giustizia, e meno di un terzo degli intervistati giudica sufficienti copertura e qualità dei servizi pubblici, soprattutto sul fronte dei servizi alle imprese, (come, ad esempio, la logistica e le aree attrezzate per le attività produttive.

Il rapporto con la burocrazia è considerata la principale area di criticità, a causa delle lungaggini (il 71% degli intervistati lo considera il problema amministrativo più grave) e dei maggiori costi (il 24% in più).
L’altra grande area critica è individuata nella presenza di forme di illegalità diffusa, che finiscono per toccare direttamente una impresa meridionale su tre: tale presenza si traduce in un aggravio di costi e nel condizionamento delle scelte di mercato, e soprattutto disincentiva la voglia stessa di fare impresa.

La situazione non sembra destinata a migliorare, considerato che negli ultimi anni, malgrado i tentativi di riforma, il livello complessivo dell’offerta di servizi pubblici non è migliorato, anzi è andato peggiorando nella percezione degli imprenditori meridionali: i pochi miglioramenti registrati sono stati dovuti all’utilizzo di nuove tecnologie e, soprattutto, alla riduzione dei margini di discrezionalità nell’operato degli uffici pubblici.

Secondo lo studio, riprendere in mano la questione Mezzogiorno significa dunque affrontare le carenze di un sistema pubblico che è stato incapace, negli anni, di stimolare  un duraturo processo di crescita economica e sociale.

Sono due le direzioni indicate dal mondo imprenditoriale meridionale per modificare tale situazione. Da un lato, l’innalzamento del livello di legalità dei contesti in cui operano le imprese, rafforzando la sicurezza degli operatori economici e migliorando qualità e quantità dell’offerta di giustizia; dall’altro, promuovendo tutti i meccanismi in grado di facilitare rapporti sempre più diretti e trasparenti tra imprese e pubbliche amministrazioni: dall’introduzione di nuove tecnologie di comunicazione con gli uffici pubblici ad una vasta semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese, fino ad una più ampia adozione di meccanismi automatici nel rilascio di certificati ed autorizzazioni e nell’erogazione di incentivi.

4 - Per una nuova fase  delle politiche di sviluppo per il sud
di Andrea Naldini e Enrico Wolleb


La politica regionale ha rappresentato in questi anni una esperienza prevalentemente negativa: è stata, infatti, caratterizzata da una strategia vaga in relazione alle economie da perseguire e da progetti conseguentemente poco efficaci ed obiettivi eccessivamente dispersi sul territorio. Diverse inefficienze hanno limitato i risultati degli interventi tra le quali si evidenziano: l’inefficienza delle Regioni cui sono stati affidati troppi poteri, pur essendo prive di adeguate competenze interne o, come nel caso delle infrastrutture, di una limitata capacità di progettazione; il mancato coordinamento tra Regioni e tra Regioni e Amministrazioni centrali, soprattutto sui grandi progetti infrastrutturali, eccessiva frammentazione degli interventi e attenzione prevalente ai progetti di ambito locale; difficoltà nel seguire la tempistica imposta dall’unione in termini di spesa.
Scarsi sono stati gli avanzamenti nella capacità amministrativa ai diversi livelli di governo: ciò ha fatto mancare la possibilità di un effettivo indirizzo e controllo degli interventi e come avvenuto nel passato ha ridotto l’aggiuntività della spesa per lo sviluppo, come mostra il massiccio ricorso ai progetti “coerenti” (ovvero già finanziati con altre risorse), che secondo stime ministeriali, sono stati pari a circa il 70% del Programma Nazionale Trasporti, e ad un valore tra il 30 ed il 40% dei programmi regionali (POR) .
L’avvio del ciclo di programmazione 2007-13 non ha fatto registrare avanzamenti significativi nella soluzione di tali criticità. Favorita dalle maglie più larghe dei regolamenti comunitari, è proseguita l’indeterminatezza degli interventi e la tendenza a sostituire la spesa ordinaria con quella aggiuntiva. Le spese per i trasporti restano insufficienti se confrontate con gli altri paesi UE (rispetto ad una previsione media europea del 22%, nei programmi regionali del Mezzogiorno la spesa media prevista per infrastrutture di trasporto è di circa il 16%)  così come rimane ampia la frammentazione dei sostegni alle imprese, (si contano oltre 1300 forme di aiuto, di cui 1200 facenti capo ad amministrazioni regionali) soprattutto se confrontati con le enormi necessità di innovazione e di riconversione produttiva imposte dalla crisi. Ritardi e difficoltà di realizzazione delle opere restano ampi, e rimane insufficiente la capacità di governo della politica ai vari livelli.
Per fare tesoro delle esperienze maturate e degli insegnamenti del confronto internazionale, è necessario un deciso quanto profondo cambio di rotta. Da un punto di vista generale, è necessario mantenere chiara la distinzione tra politiche ordinarie per la fornitura di beni e servizi pubblici e la politica regionale di sviluppo, che potrà, al più rafforzare alcune aree di intervento, come sicurezza e istruzione, la cui incidenza sullo sviluppo è maggiore.
E’ inoltre necessario mettere mano ad una revisione di strategie e strumenti della politica aggiuntiva, finanziata da fondi europei e nazionali, identificando poche priorità su cui concentrare risorse e progetti tenendo conto del nuovo scenario indotto dalla crisi. In particolare, gli interventi andrebbero concentrati nella creazione di moderne reti infrastrutturali, nel rafforzamento dell’innovazione e della ricerca, nell’efficienza energetica, nel miglioramento del capitale umano, in una razionalizzazione complessiva delle politiche per le imprese, che semplifichi e concentri gli strumenti.
Soprattutto in direzione del miglioramento della capacità istituzionale ed amministrativa dovranno essere operati gli sforzi maggiori, identificando sedi di coordinamento per supportare la concentrazione degli interventi, orientando l’azione istituzionale ed amministrativa verso la verificabilità dei risultati, semplificando le procedure e alleggerendo la presenza pervasiva dell’attore pubblico. La revisione di metà percorso per il 2010 è un’occasione da non perdere.

5 - Impegnarsi per migliorare la programmazione 2007-2013.
Il punto di vista delle Confindustrie regionali meridionali
di Giuseppe Rosa e Massimo Sabatini


Il lavoro, raccoglie, attraverso una indagine diretta, il punto di vista delle Confindustrie  regionali meridionali sul complesso della programmazione 2007-2013.
Il quadro finanziario della programmazione per il Mezzogiorno è pari a circa 90 miliardi di €; il  suo stato di attuazione appare in ritardo alla fine del terzo anno, essendo stati avviati progetti per circa il 40% del valore dei fondi strutturali ed essendo sostanzialmente ancora fermo il FAS.
La nuova fase della politica si è aperta all’insegna di criticità molto simili a quelle del periodo 2000-6. Oggi, come nel passato, a una certa efficienza finanziaria che consente di non perdere risorse non corrisponde analoga efficacia, a causa di una progettazione molto frammentata che non determina miglioramenti reali negli indicatori d’impatto (dall’attrazione degli investimenti ai consumi turistici, dalle esportazioni alla spesa per ricerca e sviluppo tutti grosso modo fermi ai valori del 2000).
La rilevazione condotta presso le Confindustrie regionali del Mezzogiorno lo conferma. Le risposte al sondaggio evidenziano un giudizio nel complesso negativo sul ciclo di programmazione 2000-6. E’ proprio la qualità progettuale ad essere considerata la principale criticità: la dispersione delle risorse sul territorio, e la necessità di perseguire l’efficienza della spesa (imposta dalle regole comunitarie) hanno, infatti, favorito questi risultati.
Secondo le Confindustrie regionali, solo una parte delle criticità del passato sono state affrontate nel nuovo ciclo di programmazione: la frammentazione, la insufficiente qualità progettuale, l’insufficiente strategicità degli interventi, la lentezza realizzativa, l’inadeguato coinvolgimento del partenariato, continuano a caratterizzare la politica regionale nel Mezzogiorno e le Amministrazioni, sembrano incontrare crescenti difficoltà a porvi rimedio. La capacità della Pubblica Amministrazione del Sud è considerato in sostanza il principale fattore di insuccesso delle politiche.
La crisi economica è il vero fatto nuovo con il quale occorre fare i conti: infatti, strategie e priorità, definite ormai più di tre anni fa, sono ritenute solo parzialmente adeguate, e devono essere necessariamente riviste per tenere conto degli effetti della crisi sul tessuto economico e sul mercato del lavoro del Mezzogiorno. Una selezione progettuale rinnovata, che punti a concentrare gli interventi sulle infrastrutture di rete a carattere sovra regionale, sul miglioramento dell’accesso al credito, sulla semplificazione dei sostegni all’apparato produttivo è la risposta che le Confindustrie meridionali si attendono.
Il messaggio che viene dalle strutture meridionali di Confindustria non sembra, tuttavia, essere quello di un totale smantellamento di una politica che, comunque, con le sue regole cerca di introdurre trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche. Approfittando della necessità imposte dalla crisi economica, dal sondaggio emerge piuttosto la necessità di un lavoro puntuale di modifica dei programmi operativi e dei relativi progetti, ispirato a criteri di qualità, interregionalità, funzionalità rispetto all’irrobustimento del tessuto produttivo, e di superamento della dispersione delle risorse sul territorio. Una efficiente cabina di regia che coordini le amministrazioni centrali e le Regioni, viene segnalata come la modalità operativa più adeguata per conseguire questo obiettivo.

6 - Check up Mezzogiorno
a cura di  Comitato Mezzogiorno e IPI


Il Check up Mezzogiorno, realizzato in collaborazione con l’IPI, fornisce un quadro aggiornato della situazione economica e sociale del Mezzogiorno analizzandone i principali indicatori socio-economici su scala territoriale anche attraverso confronti internazionali: dalle principali grandezze macroeconomiche al mercato del lavoro; dalla struttura produttiva all’internazionalizzazione; dalle infrastrutture e ambiente alla formazione e innovazione; dalla qualità della vita ai risultati dei principali strumenti agevolativi in favore delle imprese.
Il Check up mostra le particolari difficoltà del Mezzogiorno nel far fronte alla crisi, ben rappresentate dai 194 mila occupati in meno registrati nei primi 9 mesi del 2009 che si sommano a difficoltà strutturali, legate alla bassa crescita che caratterizza l’area ormai dal 2002. Analoghe difficoltà emergono con riferimento al credito: la contrazione avvenuta nel 2009 ha interessato soprattutto le PMI meridionali, e permane un differenziale negativo di costo rispetto al Centro Nord di circa 2 punti percentuali.

Il Sud non vede ulteriormente aumentare il divario del PIL pro capite con il Centro Nord (pari a poco meno di 42 punti percentuali) solo per ragioni “patologiche”, dovute al calo della natalità ed alla ripresa dell’emigrazione, che sottraggono al Sud soprattutto giovani ad elevata scolarizzazione (56 mila residenti in meno nel solo 2008).
Peraltro, lo studio segnala un impoverimento della popolazione meridionale, se è vero che un quarto delle famiglie arriva con difficoltà alla fine del mese.
Lo studio si sofferma poi sulla qualità e sugli effetti delle politiche pubbliche, evidenziando in ciascuna di esse valori inferiori ala media nazionale: dal funzionamento della giustizia alla qualità della pubblica amministrazione, dal peso della illegalità ai ritardi nell’istruzione.
Tutto ciò si traduce in una minore capacità del Mezzogiorno di offrire un contesto favorevole agli investimenti: secondo l’indicatore che sintetizza le condizioni per “fare impresa”, le regioni meridionali occupano gli ultimi posti della classifica.
Non mancano tuttavia, alcuni segnali positivi, innanzitutto per il settore produttivo:
•    quasi 1/5 delle aziende meridionali ha risposto alla crisi diversificando i mercati e migliorando i propri prodotti;
•    le medie imprese del Mezzogiorno, pur essendo numericamente poco diffuse (su un totale nazionale di 4.345 se ne contano solo 364), hanno fatto registrare, nel periodo 1997-2006, indici di sviluppo lievemente superiori a quelli del resto del Paese;
•    poco meno di metà delle imprese meridionali ha introdotto, nel periodo 2000-6, visibili segnali di innovazione delle strategie aziendali;
•    il numero di turisti nel Mezzogiorno hanno superato per la prima volta 76 milioni di presenze, incrementando il proprio peso sul totale nazionale;
•    la quota di consumi di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili è in aumento al Sud (+3,8% tra il 2000 ed il 2007) a fronte di una contrazione del 4,6% nel Centro Nord.
Dai giovani meridionali vengono ulteriori importanti segnali di vitalità:
•    il numero dei laureati meridionali è più che raddoppiato, passando in soli sette anni da 54 mila ad oltre 118 mila;
•    in particolare è raddoppiato il numero di laureati in discipline scientifiche, che pur rimanendo meno numerosi di quelli del Centro Nord, passano da 4,3 per mille del 2001 all’8 per mille del 2007
Dal Check up emerge dunque l’immagine di un Mezzogiorno in difficoltà, ma che possiede elementi di vitalità da non disperdere, soprattutto nelle sue componenti più dinamiche, i giovani e le imprese.


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