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DOPO 15 ANNI UNICREDIT METTE ALLA PORTA ALESSANDRO PROFUMO

Arriva al capolinea l'avventura di Alessandro Profumo in Unicredit. Il cda ha messo alla porta l'amministratore delegato revocandogli le deleghe e conferendole al presidente, Dieter Rampl. . L'esito, non scontato ma atteso, è arrivato dopo una giornata convulsa con le voci delle dimissioni che si sono rincorse fin dal mattino.

 

Profumo ha voluto giocare le sue carte fino all'ultimo cercando la fiducia del consiglio. Ha trovato solo il voto favorevole del consigliere indipendente, Lucrezia Reichlin. Quello odierno è stato un board lungo (4 ore e mezza) con la presenza anche di Farhat Omar Bengdara, vice presidente ma soprattutto Governatore della Central Bank of Lybia che ha una quota del 4,98% dell'istituto. Si trattato, si fa notare, di un consiglio che ha avuto anche toni accesi ma che ha puntato su una soluzione ampiamente condivisa. Il consiglio ha offerto al manager la risoluzione consensuale del rapporto chiedendogli una risposta entro la mezzanotte, ma revocandogli le deleghe. La risposta non si è fatta attendere. «Ha firmato, ha rassegnato le dimissioni», ha detto la moglie Sabina Ratti lasciando, a tarda serata, lo studio legale Erede Bonelli Pappalardo. Ora però per la banca che contende il primato in Italia alla 'rivalè Intesa Sanpaolo, si apre un periodo di 'interregnò con il presidente che dovrà gestire le deleghe lasciate vacanti da Profumo in attesa che sia individuato un nuovo capo azienda. E già si è scatenato il totonomine.

La giornata per Profumo, da 15 anni nel gruppo a cui ha dato un'impronta internazionale, è iniziata presto. Un ingresso rapido in banca scivolando da un'entrata diversa da quella principale per 'bruciarè l'assalto dei cronisti. Poi è iniziato il giorno più lungo per l'ex McKinsey boy con gli avvocati del manager, da una parte, e quelli dell'istituto, dall'altra, seduti a trattare e a limare l'accordo, fino all'ultimo dettaglio, per l'uscita di scena da Piazza Cordusio. (si parla di un assegno da 40 milioni di euro, 2 milioni in beneficenza, ha voluto la moglie Sabina Ratti). I rapporti già tesi con i soci, e in particolare con le Fondazioni, sono precipitati negli ultimi giorni. A dare una spallata l«affairè Tripoli e, in particolare, la gestione del rafforzamento della Lia nell'azionariato con i libici che hanno rastrellato in piena estate il 2,59%. Una mossa che ha sorpreso non poco lo stesso Rampl, completamente all'oscuro e che ha inasprito di fatto il dialogo con Profumo. L'ex numero uno di Hvb ha poi trovato la sponda, da una parte, del vicario il veronese Luigi Castelletti (tra i due, si fa notare, ci sarebbe grandissima sintonia) e, dall'altra, di Fabrizio Palenzona altro suo vice ed espressione della torinese Crt. Un malumore che oltre a correre sull'asse del Brennero, si è quindi rafforzato con tutti gli azionisti forti pronti a rompere l'idillio e a mettere in discussione l'amministratore delegato.

 

I commenti della stampa sull’uscita di scena di Profumo sono stati i più variopinti. Si và dal complotto Italo-libanese che vedrebbe Berlusconi e Geddafi menti della crisi, alla più banale crisi economica mondiale. Tra i mille commenti abbiamo scelto quello di Beppe Grillo che dal suo blog non ha elemosinato attacchi al sistema banche.

“L'addio di Profumo è una semplice questione di soldi – dice Grillo - l'amministratore di una banca rimane in sella per due motivi, o può essere funzionale al sistema come Passera di IntesaSanPaolo (remember Alitalia?), e in qualche caso E' addirittura lui il Sistema, come Geronzi, o produce profitti, distribuisce dividendi, arricchisce gli azionisti. Profumo appartiene a questa ultima categoria di banchieri.

Unicredit da tempo non è una fonte di reddito per i suoi azionisti, lo scorso anno i dividendi sono stati distribuiti sotto forma di azioni. Le azioni hanno però diminuito costantemente il loro valore. Un'azione nel 2009 valeva 2,64 euro dai valori massimi pre crisi di 6,50, e ieri solo 1,94 euro, oggi sarà peggio, ci sarà una pioggia di vendite. L'utile 2009 è sceso a 1,7 miliardi, un risultato più che accettabile con l'attuale congiuntura, ma molto al di sotto degli oltre 6 miliardi del 2007. Gli azionisti hanno finanziato nell'ultimo biennio la banca con aumenti di capitale miliardari senza ricevere in cambio nulla. I loro soldi evidentemente non sono stati sufficienti se è stato necessario imbarcare il cavaliere bruno Gheddafi che è ora, salvo sorprese, l'azionista di riferimento del primo istituto italiano di credito con il 7,5%.

Profumo ha sempre pagato la sua parziale indipendenza dando agli azionisti la loro libbra di carne, ma Unicredit non è la sua banca, non è di sua proprietà, lui è un impiegato, il primo e il più importante, ma di fatto un impiegato. Dietro la sua cacciata dopo 15 anni, ci sono anche tutti coloro che sono stati tenuti fuori dalla porta da Profumo, dalla Lega di Boss(ol)i, quella del fallimento di Credieuronord, che vuole le banche, alle Fondazioni comandate dai partiti e dai loro tirapiedi, a Geronzi, l'ultrasettantenne presidente delle Generali, che allo scalpo di Arpe aggiunge quello di Profumo, alle lobby legate alla Banca di Roma e al Banco di Sicilia inglobate in Unicredit. La lista dei nemici di Profumo è lunga come lo Stivale, il suo scudo fino a oggi sono stati i risultati e la protezione di Allianz, azionista tedesco che ne promosse 15 anni fa la candidatura.

Profumo è un banchiere, non un santo, ma era uno dei pochi stimati in Europa, come Matteo Arpe espulso a suo tempo dal Sistema. Dietro di loro è rimasto il nulla, i partiti. Le banche da oggi sono ancor più Cosa Loro”.

 

MA CHI E' ALESSANDRO PROFUMO Amministratore delegato di Unicredit dalla fondazione nel 1997, Alessandro Profumo, 53 anni, si è imposto sulla scena finanziaria per lo stile inedito, connubio tra modernità aggressiva e un rigore da capitalismo calvinista. Ultimo di cinque figli, nato a Genova e cresciuto a Palermo, si è trasferito a Milano già ragazzo cominciando poco più che maggiorenne la propria esperienza nel mondo del credito al Banco Lariano, dal 1977 al 1987. Di giorno allo sportello, di sera sui libri, per una laurea in Economia e commercio alla Bocconi. Dopo il passaggio in McKinsey (1987-1989), come responsabile dei progetti strategici e organizzativi per aziende finanziarie, e in Bain & Cuneo a capo delle relazioni istituzionali, nel 1991 assume la direzione centrale della Ras. Quest'ultima, come azionista di maggioranza relativa del Credit, nel 1994 'girà Profumo nella banca neoprivatizzata. Qui il manager si intende subito con il 'senatorè del credito, il presidente della banca Lucio Rondelli, con il quale passa presto dall'incarico di condirettore centrale a quello di direttore generale, per assumere quindi l'incarico di amministratore delegato nel 1997 e dar vita al gruppo omonimo nel 1998. Da questo momento inizia una vera campagna di acquisizioni, che gli fa conquistare sulla stampa internazionale l'appellativo di Alessandro 'il Grandè. Del 2005 è l'integrazione con la tedesca Hvb. Mentre nel 2007 con Capitalia dà vita ad uno dei più grandi gruppi bancari europei. Appena apparso sulla scena, in un sistema bancario ancora ingessato, Profumo si è mosso da subito dichiarando di avere all'orizzonte il solo faro della concorrenza e di puntare a conquistare clienti con servizi migliori, a motivare il personale con incentivi e a premiare gli azionisti facendo crescere il valore dell'azienda. Il cosiddetto 'salotto buono' ha però guardato spesso con sospetto tale dichiarata indipendenza. In uno dei suoi tipici calembour fulminanti l'esperto di gossip Roberto D'Agostino gli ha affibbiato l'imperituro soprannome di Arrogance, come un celebre profumo, ma per anni i risultati del manager gli hanno dato ragione, mettendo a tacere anche le critiche. A 53 anni Profumo viene tutt'ora annoverato tra i 'giovanì manager su piazza, formatosi come molti altri 'McKinsey Boys' - Corrado Passera, Vittorio Colao o Paolo Scaroni - nella società di consulenza divenuta a un certo momento vera e propria fucina dell'alta dirigenza italiana. Identificato come campione della classe dirigente liberal, nell'ottobre del 2007 si è anche recato a votare per le primarie insieme alla moglie Sabina Ratti, candidata nella lista di Rosy Bindi. Anche per questo è stato spesso tirato per la giacchetta dalla sinistra, sfilandosi però puntualmente agli inviti a un impegno diretto in politica. Di Profumo è celebre soprattutto l'allergia ai giochi di potere. Uno dei gesti forse più eclatanti per marcare questa distanza ideologica si è visto nel 2004 con l'Rcs, 'stanza dei bottonì del Corriere della Sera. Al momento della sistemazione della quota Romiti entrano in patto Diego Della Valle, Salvatore Ligresti e a sorpresa Cesare Geronzi, comprando un 2% tramite Capitalia. Profumo sbatte la porta, si dimette dal consiglio e vende la propria quota dell'1% (copione poi ripetuto con la quota ereditata da Capitalia).( Amministratore delegato di Unicredit dalla fondazione nel 1997, Alessandro Profumo, 53 anni, si è imposto sulla scena finanziaria per lo stile inedito, connubio tra modernità aggressiva e un rigore da capitalismo calvinista. Ultimo di cinque figli, nato a Genova e cresciuto a Palermo, si è trasferito a Milano già ragazzo cominciando poco più che maggiorenne la propria esperienza nel mondo del credito al Banco Lariano, dal 1977 al 1987. Di giorno allo sportello, di sera sui libri, per una laurea in Economia e commercio alla Bocconi. Dopo il passaggio in McKinsey (1987-1989), come responsabile dei progetti strategici e organizzativi per aziende finanziarie, e in Bain & Cuneo a capo delle relazioni istituzionali, nel 1991 assume la direzione centrale della Ras. Quest'ultima, come azionista di maggioranza relativa del Credit, nel 1994 'girà Profumo nella banca neoprivatizzata. Qui il manager si intende subito con il 'senatorè del credito, il presidente della banca Lucio Rondelli, con il quale passa presto dall'incarico di condirettore centrale a quello di direttore generale, per assumere quindi l'incarico di amministratore delegato nel 1997 e dar vita al gruppo omonimo nel 1998. Da questo momento inizia una vera campagna di acquisizioni, che gli fa conquistare sulla stampa internazionale l'appellativo di Alessandro 'il Grandè. Del 2005 è l'integrazione con la tedesca Hvb. Mentre nel 2007 con Capitalia dà vita ad uno dei più grandi gruppi bancari europei. Appena apparso sulla scena, in un sistema bancario ancora ingessato, Profumo si è mosso da subito dichiarando di avere all'orizzonte il solo faro della concorrenza e di puntare a conquistare clienti con servizi migliori, a motivare il personale con incentivi e a premiare gli azionisti facendo crescere il valore dell'azienda. Il cosiddetto 'salotto buonò ha però guardato spesso con sospetto tale dichiarata indipendenza. In uno dei suoi tipici calembour fulminanti l'esperto di gossip Roberto D'Agostino gli ha affibbiato l'imperituro soprannome di Arrogance, come un celebre profumo, ma per anni i risultati del manager gli hanno dato ragione, mettendo a tacere anche le critiche. A 53 anni Profumo viene tutt'ora annoverato tra i 'giovanì manager su piazza, formatosi come molti altri 'McKinsey Boys' - Corrado Passera, Vittorio Colao o Paolo Scaroni - nella società di consulenza divenuta a un certo momento vera e propria fucina dell'alta dirigenza italiana. Identificato come campione della classe dirigente liberal, nell'ottobre del 2007 si è anche recato a votare per le primarie insieme alla moglie Sabina Ratti, candidata nella lista di Rosy Bindi. Anche per questo è stato spesso tirato per la giacchetta dalla sinistra, sfilandosi però puntualmente agli inviti a un impegno diretto in politica. Di Profumo è celebre soprattutto l'allergia ai giochi di potere. Uno dei gesti forse più eclatanti per marcare questa distanza ideologica si è visto nel 2004 con l'Rcs, 'stanza dei bottonì del Corriere della Sera. Al momento della sistemazione della quota Romiti entrano in patto Diego Della Valle, Salvatore Ligresti e a sorpresa Cesare Geronzi, comprando un 2% tramite Capitalia. Profumo sbatte la porta, si dimette dal consiglio e vende la propria quota dell'1% (copione poi ripetuto con la quota ereditata da Capitalia).

 

GLI AFFARI TRIPOLI-ROMA Dalla storica presenza in Fiat, passando per il calcio, per arrivare infine a sedere, come grande azionista, nel salotto buono della finanza italiana. Sono vecchi e molteplici gli interessi libici in Italia, controbilanciati da una rilevante presenza delle big italiane nel paese nordafricano. Dall'Eni a Finmeccanica, fino ai grandi costruttori, tra tutti Impregilo e Italcementi, impegnati nell'opera di infrastrutturazione della ex colonia italiana, a partire dai 1700 km della nuova 'superstradà Rass Ajdir-Imsaad, la cui realizzazione sarà affidata a imprese italiane. Ecco, in sintesi, i principali settori nei quali è attivo l'asse degli affari Tripoli-Roma.

BANCHE - È questo il settore più recente, ma che ha fatto molto discutere, sul quale la Libia ha messo gli occhi e anche molti soldi. La Libyan Investments Autorithy (Lia), il braccio finanziario del leader Muammar Gheddafi nato con lo scopo di gestire i proventi del petrolio, ha portato la propria partecipazione in Unicredit al 2,59%, facendo così lievitare l'intera compagine libica oltre il 7,5%, visto che la Banca Centrale Libica e la Libyan Arab Foreign Bank sono insieme titolari del 4,98%: con quest'operazione i libici sono diventati il primo socio della banca, superando anche gli Aabar di Abu Dhabi.

CALCIO - In questo caso la presenza libica in Italia è invece di vecchia data. La Libyan Arab Foreign Investment Company (Lafico) detiene il 7,5% della Juventus. Della quota in Fiat, invece, non si sa nulla dall'agosto 2006, quando Tripoli scese sotto il 2%. L'anno scorso circolò addirittura l'indiscrezione che Gheddafi fosse interessato al Milan, ma a stretto giro arrivò la smentita della Fininvest. TLC - Interessi libici sono presenti anche in Retelit, la società costituita nel 2007 e che ha successivamente vinto l'asta per il Wi Max nelle regioni del Nord Italia. La quota in mano alla Lafico è del 14,8%. TV - La Laftitrade, finanziaria del Colonnello, e la Fininvest sono presenti con quote rispettivamente del 10% e del 22% nel capitale della società di produzione e distribuzione cinematografica Quinta Communications, fondata da Tarak Ben Ammar.

COSTRUZIONI - La 'vocè più importante è quella relativa all'Autostrada sulla costa mediterranea della Libia: il Trattato di amicizia tra i due Paesi prevede che Roma versi a Tripoli cinque miliardi di dollari per la realizzazione dell'opera alla quale, ha detto il premier Silvio Berlusconi, parteciperanno imprese italiane: la fase di prequalifica è conclusa e sono interessate 21 aziende del nostro Paese. Sempre nel settore, c'è da registrare che la Lybian Development Investment Co si è associata con Impregilo nella Impregilo Lidco. E perfino il lussuoso hotel Al-Ghazala, che sorgerà nel centro di Tripoli, sarà 'made in Italy': i suoi lavori sono infatti stati assegnati al gruppo Trevi.

FINMECCANICA - La Lybia Africa Investment Portfolio ha avviato una nuova joint venture con la holding italiana (dopo la Liatec, Libyan Italian Advanced Tecnology Company, costituita nel 2006 per realizzare elicotteri). Il consorzio formato da Ansaldo Sts e Selex Communications ha firmato con Zarubezhstroytechnology, società controllata dalle Ferrovie Russe Jsc Rzd, un contratto da 247 milioni di euro per realizzare sistemi di segnalamento, alimentazione e comunicazione sulla tratta da Sirte a Bengasi.

ENERGIA: Di antica data sono i rapporti con l'Eni, che ha di recente annunciato l'intenzione di investire in Libia 25 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, Tripoli detiene una quota di circa l'1% del Cane a sei zampe e non ha fatto mistero di voler salire ancora.

 

BUONUSCITA DI 40 MILIONI I 40 milioni di euro che potrebbero rappresentare la buonuscita per Alessandro Profumo, mettono l'ex amministratore delegato di Unicredit al top nella classifica per le liquidazioni più ricche a banchieri e manager italiani. Sinora, se dovessero venire confermate le prime cifre filtrate, era stata Capitalia l'azienda italiana che ha distribuito le più consistenti buonuscite degli ultimi anni ai propri manager. Spetta infatti all'ex amministratore delegato dell'istituto di credito romano, Matteo Arpe, e al suo ex presidente, Cesare Geronzi, il primato degli incassi da liquidazione. Con cifre milionarie che competono a livello internazionale con top manager quali l'ex presidente di Porsche. Quando l'allora a.d. di Capitalia Matteo Arpe diede le dimissioni, alla fine di maggio del 2007, percepì una liquidazione di 30 milioni di euro lordi più le stock option. Nello stesso anno, a Cesare Geronzi, che lasciava la presidenza di Capitalia dopo la fusione con Unicredit, fu staccato un assegno di 20 milioni di euro. Sempre in Italia, particolarmente ricca è stata anche la buonuscita di Roberto Colaninno, quando se ne andò dall'Olivetti: all'ex amministratore delegato nel 2001 furono versati 17 milioni di euro (la cifra è tuttavia comprensiva dei compensi per l'attività di chief executive officer di Olivetti-Telecom fino al momento dell'entrata del gruppo Pirelli). Consistente anche la liquidazione di Davide Croff, ex amministratore delegato di Bnl che alla sua uscita dalla banca di Via Veneto prese un bonus di 15,2 milioni di euro. Per Gaetano Mele, invece, l'addio a Rcs ha comportato una buonuscita di 9,6 milioni di euro, mentre a Enrico Bondi dimessosi dalla carica di amministratore delegato di Montedison furono versati 9,2 milioni di euro. Ancora in lire furono invece le liquidazioni da Fiat di Paolo Fresco e Cesare Romiti i quali percepirono, rispettivamente, 11 miliardi e un centinaio di miliardi di lire. All'estero, invece, liquidazione da record è stata quella di Wendelin Wiedeking, dimissionario dalla presidenza del consiglio di amministrazione di Porsche, che a luglio scorso è ammontata a 50 milioni di euro. All'ex numero uno di Gm Richard Wagoner, invece, uscito dal colosso automobilistico nel 2009 è andata una liquidazione di 20 milioni di dollari.

 


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