In merito ai fabbisogni ed i costi standard i Segretario generale dell’Anci, proseguendo il suo intervento sul portale della Fondazione IFEL, afferma che “la logica vorrebbe che essi fossero la base da cui partire per definire il quadro delle risorse necessarie e giuste per offrire servizi ai cittadini. La logica vorrebbe anche che prima di essi venissero definite le funzioni spettanti a ciascuno dei livelli istituzionali della Repubblica”. “Sul metodo di calcolo dei costi dei fabbisogni” – prosegue Rughetti - non è semplice la individuazione delle funzioni e dei servizi da mettere sotto osservazione.
La scelta della tipologia della spesa da prendere in considerazione avrà delle conseguenze molto forti per ogni singolo ente”. L’esempio portato da Rughetti nel suo intervento chiarisce i forti dubbi nei confronti di questo punto da parte dell’Anci. “Se infatti si dovesse prendere per esempio – scrive infatti - un elenco di funzioni di tipo A contenente le spese per funzioni produttive (ossia quelle che producono servizi diretti ai cittadini), piuttosto che un elenco di funzioni di tipo B, contenente solo le spese di funzionamento, i risultati sul territorio sarebbero molto diversi. Se poi si aggiunge che la “storia” della spesa ha delle condizioni di origine molto diverse da ente ad ente da territorio a territorio, il rischio di fare delle forti sperequazioni è molto forte”. Per chiarire l’esempio il Segretario Rughetti prende come riferimento una voce importante: le spese per il personale.
“Esse variano in modo consistente da comune a comune – prosegue Rughetti - In alcune regioni del sud troviamo dei picchi. Ma se andiamo a verificare questi picchi e ci chiediamo da dove nascono, abbiamo almeno due risposte: una tecnica ed una socio-politica. Quella tecnica è che ad esempio in Sicilia e Campania anni fa la Regione “passò” ai comuni molti dipendenti (allora non si usava il termine precario) con annesso stipendio e oneri contributivi. È chiaro che nei comuni di quella regione la spesa per il personale ha un peso maggiore sulla spesa corrente ed è chiaro che il numero degli addetti di quel comune è superiore al necessario e alla media”. Ecco la domanda che Angelo Rughetti pone a se stesso e ai lettori sul web dell’intervento a cui cerca di fornire anche delle risposte: “Ma questi comuni sono da considerare non virtuosi? La risposta socio politica è legata a cosa la politica ha offerto alla domanda di welfare che è venuta da quei territori.
Giudicando sicuramente sbagliata l’aumento della spesa improduttiva va comunque ricordato come molti osservatori e da ultimo brillantemente Ricolfi abbiano dimostrato che qualora si sommasse la spesa per alcune tipologie di costi non produttivi (come le assunzioni non necessarie) a quella per il welfare, anche l’Italia avrebbe una percentuale di spesa sociale sul PIL in linea con quella degli Stati dell’Europa del nord. Tradotto vuol dire che questa spesa è vero che non produce beni ma è altrettanto vero che ha contribuito a dare una risposta che in altri Stati viene data erogando ad esempio l’assegno di disoccupazione. Tutto questo per dire che bisogna prestare molta attenzione alla scelta della spesa da mettere sotto osservazione e alle condizioni esterne che hanno prodotto quella spesa, altrimenti il danno che si rischia di fare è veramente grosso”.
Infine, Rughetti chiude l’argomento con una citazione al lavoro che la stessa Fondazione sta svolge in tema di federalismo fiscale. “Molto interessante al riguardo – chiude il Segretario generale dell’Anci - è la metodologia messa a punto dall’IFEL (fondazione Anci) che ha proprio dimostrato analiticamente quale è l’effetto degli “agenti esterni” su alcune funzioni comunali (anagrafe, polizia locale) e sulla spesa di ogni singolo ente”. |