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LA TAVOLA NEL TEMPO DELLA CRISI: 6 FAMIGLIE SU 10 SONO STATE COSTRETTE A CAMBIARE GLI ACQUISTI DEI PRODOTTI ALIMENTARI

 

Nel 2009 sei famiglie su dieci sono state costrette a cambiare gli acquisti dei prodotti alimentari; mentre il 42 per cento ha ridotto la spesa. Il 35 per cento ha optato per prodotti di qualità inferiore e il 30 per cento ha comprato soltanto “promozioni”, sempre più frequenti nella nostra catena distributiva, poco meno del 14 per cento ha rinunciato a pranzi e cene fuori dalla mura domestiche (ristoranti, trattorie, tavole calde, fast food, pizzerie). Per riempire il carrello e per l’alimentazione in genere si sono spesi in media 482 euro e la spesa per generi alimentari rappresenta il 19,2 per cento di quella totale, per complessivi 145 miliardi di euro. Sono questi alcuni dei dati contenuti in un’indagine che la Cia-Confederazione italiana agricoltori ha condotto a livello nazionale, anche sulla base delle rilevazioni dell’Ismea e sugli ultimi dati Istat, che è stata anticipata in occasione della V Assemblea elettiva in corso a Roma.

Nel contesto dei “tagli” alimentari, si riscontra -fa notare la Cia- che il 53,7 per cento delle famiglie italiane ha ridotto gli acquisti di frutta e verdura, il 49,4 per cento quelli di pane, il 43,2 per cento quelli di pasta, il 55,7 per cento quelli di carne bovina, il 58 per cento quelli di pesce, il 36 per cento quelli di olio d’oliva e il 35 per cento quelli di vino. Per quanto concerne la scelta di prodotti di qualità inferiore, l’orientamento delle famiglie, a livello nazionale, ha riguardato il pane per il 41,6 per cento, la carne bovina per il 48,2 per cento, la frutta per il 45,5 per cento, gli ortaggi per il 40,7 per cento, i salumi per il 34,5 per cento. Nella ripartizione geografica, notiamo che al Nord il 34 per cento delle famiglie ha limitato gli acquisti (il 41 per cento ha ridotto le “voci” pane e pesce).

Al Centro la percentuale di chi ha dato un colpo di forbice ai consumi sale al 39 per cento (il 40 per cento ha ridotto il pane, il 49 per cento il pesce, il 44 per cento la carne bovina); mentre nelle regioni del Mezzogiorno si arriva al 50 per cento (il 38 per cento ha ridotto il pane e il 56 per cento la carne bovina). Sempre per quanto riguarda le aree geografiche, al Nord -sottolinea la Cia- la spesa alimentare mensile è stata di 458 euro (più 1,9 per cento nei confronti del 2008), al Centro è di 496 euro (più 2,4 per cento) e al Sud è di 492 euro (più 2,8 per cento). La percentuale della spesa destinata all’alimentazione varia, tuttavia, tra le classi sociali e per condizione di lavoro. Gli imprenditori e i liberi professionisti -come si rileva anche dall’ultima indagine Istat- spendono per imbandire le loro tavole il 15,2 per cento della spesa totale, i lavoratori autonomi il 19,0 per cento, i dirigenti e gli impiegati il 16,0 per cento, gli operai il 20,5 per cento; mentre per i pensionati la percentuale è del 21,0 per cento.

Dalla ricerca risulta che nelle regioni del Mezzogiorno alla spesa alimentare è destinata più di un quinto di quella totale. Percentuale che scende sia al Centro che al Nord. Più nel dettaglio, si riscontra che Campania guida la classifica della spesa per acquisti di prodotti agroalimentari (26,6 per cento del totale). Seguono Sicilia (25,2 per cento), Puglia (24,6 per cento), Calabria (24,4 per cento), Sardegna (23,1 per cento), Basilicata (22,9 per cento). Al Centro si va dal 19,8 per cento del Lazio al 18,1 per cento della Toscana. Al Nord le percentuali sono molto più basse: dal 18,1 per cento del Piemonte al 16,5 della Lombardia, dal 15,7 per cento del Veneto al 14,4 per cento del Trentino Alto Adige.

La percentuale del 19,1 per cento della spesa alimentare su quella complessiva è così ripartita: 3,3 per cento pane e cereali, 4,3 per cento carne, 1,6 per cento pesce, 2,6 per cento latte, formaggi e uova, 0,7 per cento oli e grassi, 3,5 per cento frutta, ortaggi e patate, 1,4 per cento zucchero, caffé, tè e altri, 1,7 per cento bevande. Insomma, sulla spesa alimentare hanno inciso maggiormente gli acquisti di carne che, nonostante il calo dello scorso anno, registra 31,5 miliardi di euro, il pane e i trasformati dei cereali (26,3 miliardi di euro), gli ortofrutticoli (24,2 miliardi di euro), i lattiero-caseari e le uova (18 miliardi di euro).

I livelli e la composizione della spesa alimentare dipendono, comunque, in misura rilevante dalla dimensione familiare. Un diverso numero di componenti determina -come rileva l’Istat- un differente budget. La spesa media mensile totale varia da un minimo di 1.692 euro per le famiglie composte da un solo individuo a un massimo di 3.251 euro per quelle di cinque o più componenti. Tra queste ultime famiglie si osserva la quota di spesa più elevata per i generi alimentari: il 21,2 per cento contro il 18,4 per cento della famiglie di un solo componente.

Le famiglie di anziani hanno livelli di spesa decisamente più bassi di quelli delle famiglie con a capo un giovane o un adulto: circa i due terzi della spesa sono destinati al cibo e alla casa. Una quota superiore al 5 per cento è infine assorbita dalle spese per la salute e i servizi sanitari. Le famiglie più giovani, single e coppie con persona di riferimento di età inferiore ai 35 anni, si caratterizzano per una contenuta quota di spesa totale destinata ai generi alimentari e bevande (inferiore al 16 per cento). Al contrario, le coppie giovani spendono di più per arredamenti, elettrodomestici, servizi per la casa (7,7 per cento) e per spostamenti e comunicazioni, queste ultime superano, addirittura, il 20 per cento.

Fonte CIA


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