Solo tre fori di un centimetro ciascuno. Trauma e dolore dopo l’intervento ridotti, così come i rischi di infezioni, diminuiti di 6 volte, quelli di recidive sotto il 6%, ma anche l’uso di farmaci. Minimizzate degenza e convalescenza, che scendono rispettivamente da 7 a 2-3 giorni, e da 1 mese a 1 settimana. Il trattamento favorisce una rapida ripresa del paziente ed una buona qualità di vita. Sono i dati incoraggianti per il trattamento laparoscopico del laparocele, l'ernia della parete addominale che può insorgere in seguito a un intervento chirurgico sull'addome, emersi dalla prima Consensus Conference italiana sul tema, promossa congiuntamente dalle Società Scientifiche di settore: SIC, Società Italiana di Chirurgia, SICE, Società Italiana di Chirurgia Endoscopica ed ACOI, Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani. Un lavoro basato sull’analisi, da parte dei maggiori esperti di settore – complessivamente vi hanno preso parte 85 specialisti - di oltre 150 pubblicazioni scientifiche e su una pratica clinica molto ampia, di migliaia di interventi.
La regione Puglia e il contributo dei suoi specialisti
La regione Puglia è stata coinvolta con il Policlinico Consorziale di Bari, la Casa di Cura Privata Città di Bari Hospital e l’Ospedale Francesco Miulli di Acquaviva delle Fonti (Ba). I risultati della Consensus Conference sono stati presentati in occasione del 29° Congresso Nazionale ACOI svoltosi nei giorni scorsi a Paestum (Sa): indicano che la procedura mininvasiva per il trattamento del laparocele, che interessa complessivamente 25.000 pazienti, di cui 1.500 in Puglia, potrebbe offrire alcuni vantaggi al paziente rispetto all’intervento tradizionale. Naturalmente il confronto tra le due tecniche chirurgiche continuerà ad essere oggetto di discussione ed analisi all’interno della comunità scientifica. “Questo tipo di ernia, che insorge dopo un intervento chirurgico, oggi può essere trattata con un approccio mininvasivo, più rapido rispetto all’intervento aperto, che deve essere eseguito da chi è esperto” - spiega la professoressa Angela Pezzolla, professore associato di chirurgia generale all'Università di Bari e chirurgo presso il Policlinico Consorziale di Bari –. “La procedura laparoscopica, in particolare, consente di ottenere alcuni vantaggi, quali la riduzione del trauma e, conseguentemente, del dolore post-operatorio, la diminuzione dell'incidenza di infezioni, di recidive e della degenza”. “Un altro punto di forza dell’’intervento mininvasivo” - prosegue il dottor Enrico Restini - Direttore del Dipartimento Chirurgia Generale Mininvasiva e Robotica del Gruppo CBH, Città di Bari Hospital – “è la completa visualizzazione ed esplorazione della parete addominale, con possibilità di identificare anche difetti più piccoli, non identificati dall’esame clinico preoperatorio”. “L’approccio mininvasivo” – continua il dottor Gaetano Logrieco, Direttore Struttura Complessa di Chirurgia Generale dell’Ospedale Francesco Miulli di Acquaviva delle Fonti (Ba)-, “si adatta a diverse tipologie di pazienti, tra cui le donne in età fertile, gli anziani, gli obesi, e coloro che presentano i cosiddetti “laparoceli di confine”, al limite del distretto toracico e della pelvi”. Chirurgia mininvasiva: sempre più applicazioni e benefici Sono sempre più numerose le tipologie ed il numero di interventi in cui viene eseguita la tecnica laparoscopica, che garantisce importanti vantaggi ai pazienti.
Oltre all’intervento per l’asportazione della colecisti e della chirurgia dell’endometriosi, che oggi si eseguono in oltre il 90% dei casi per via laparoscopica, questa procedura mininvasiva viene utilizzata sempre più spesso negli interventi di asportazione del tumore del colon, il secondo tipo di neoplasia in assoluto più diffusa nel nostro paese, che colpisce quasi 40.000 persone all’anno. Negli ultimi 10 anni è passato dal 5%, al 20-25% dei casi. Un altro ambito in cui cresce sempre più l’uso della chirurgia mininvasiva è quello urologico. Gli interventi al rene eseguiti con la suddetta tecnica sono il 25-30% e quelli per l’asportazione della prostata, tra i tumori più diffusi con 20.000 nuovi casi all’anno in Italia, sono passati dal 5% al 50%.
La procedura è eseguita anche per interventi di chirurgia dell’obesità, 10-15%, dell’appendice, 10%, di isterectomia, 25%, della milza, 8%, del fegato e dello stomaco, entrambe 5% oltre a quella della vescica, 0.5%. Da alcuni anni la chirurgia laparoscopica viene eseguita anche in operazioni molto complesse come quelle per tumore all’esofago e al pancreas. E’ importante ricordare che l’intervento in laparoscopia, pur garantendo importanti vantaggi, rimane un atto chirurgico vero e proprio da non affrontare con leggerezza. E con riferimento alla chirurgia dell’ernia post operatoria bisogna non dimenticare che la chirurgia in aperto rappresenta ancora il 60% del totale degli interventi e che per l'ottimizzazione dei risultati in laparoscopia occorrono indicazioni selettive e la giusta formazione chirurgica. |