Le intercettazioni illegalmente acquisite, non si possono utilizzare in nessun altro giudizio. A Dirlo è una decisione della Corte di Cassazione. Le Sezioni unite penali, investite della questione per un “persistente contrasto di giurisprudenza in ordine alla questione se possano essere o meno essere utilizzati, nell’ambito del procedimento di prevenzione, i risultato di intercettazioni dichiarate inutilizzabili nel giudizio di cognizione”, dopo aver ricostruito la giurisprudenza in materia, (citando la storica sentenza n. 34 del 1973 con cui la Consulta aveva tracciato i limiti costituzionali compatibili con le intercettazioni delle comunicazioni, nella parte in cui si occupa di definire le conseguenze a cui assoggettare i risultati delle intercettazioni effettuare al di fuori delle garanzie di legalità, stabilendo la relativa inutilizzabilità) hanno stabilito il principio secondo cui “le intercettazioni dichiarate inutilizzabili a norma dell’art. 271 cod. proc. pen. (…) così come le prove inutilizzabili a norma dell’art. 191 cod. proc. pen., perchè acquisite in violazione dei divieto stabiliti dalla legge, non sono suscettibili di utilizzazione agli effetti di qualsiasi tipo di giudizio, ivi compreso quello relativo alla applicazione di misure di prevenzione”.
Gli Ermellini hanno infatti precisato che “avendo quindi il legislatore stabilito, accanto alla inutilizzabilità dei risultati, la distruzione delle intercettazioni nei casi previsti dal richiamato art.271 cod. proc. pen., se ne deve dedurre – secondo la più palstica delle evidenze – che nelle ipotesi normativamente indicate, la volontà perseguita dalla legge è stata quella di escludere, non soltanto sul piano giuridico, ma anche su quello della “materialità” degli atti, qualsiasi altro procedimento, penale, civile, amministrativo o disciplinare che sia, posto che un diverso regime non potrebbe logicamente sostenersi, se non facendo leva sulla del tutto casuale “non distruzione” di quegli atti e supporti”.
Ma facciamo un esempio: È una regola non scritta che molti (ma non tutti) hanno imparato a rispettare: «Di certe cose al telefono non si parla». Non fa differenza se quelle certe cose sono vietate dalla legge, vanno solo tenute nascoste alla moglie, o è semplicemente meglio parlarne a quattr’occhi. Qualcuno ci potrebbe ascoltare. E allora il linguaggio si fa ellittico, spezzato. Un misto tra Hollywood e il gergo mafioso. Il problema è che ad ascoltare non è sempre la polizia con l’autorizzazione del magistrato. Ci sono anche le intercettazioni fai da te. Fuori legge (fino a 5 anni di carcere), affidate ad agenti privati disinvolti e sempre legate a questioni di fedeltà coniugale o aziendale. Basta fare un giro su Internet per farsi un’idea. Con 900 euro è possibile comprare uno spy phone, un cellulare che funziona come microfono a distanza: trasmette ad un altro numero tutti i suoni captati nel raggio di 5 metri. Con 20 mila euro si porta a casa un apparecchio che mette sotto controllo un cellulare. I controlli sullo spionaggio aziendale sono al loro massimo storico.
Secondo uno studio della Price Waterhouse Coopers , le prime mille aziende del mondo perdono ogni anno 53 miliardi di dollari proprio a causa dello informazioni rubate ai rivali. E allora le imprese si armano. Molti uomini d’affari hanno due cellulari: uno per ricevere, di cui danno il numero, l’altro per chiamare, che resta riservato. Ma è un trucco artigianale. Per le comunicazioni importanti molte aziende usano il Kriptovox, un sistema di telefoni che cripta il messaggio e, almeno in teoria, impedisce ogni forma di intercettazione. Anche in questo caso basta andare su Internet per trovarne decine: da quelli semplici (300 euro), a quelli sofisticati (7 mila euro) per cui serve l’autorizzazione del Viminale. Anni fa a Bologna cinque persone avevano messo su un’agenzia capace, con intercettazioni abusive ai danni dei concorrenti, di risollevare aziende in crisi. Avevano guadagnato 5 milioni di euro. Sbagliato stupirsi dove anche le Procure devono guardarsi dalle "pulci". |