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PASTORI D'AFRICA A CHEESE 2011

 

È stato organizzato ieri nella Casa della Biodiversità un incontro dedicato all’Africa e ai suoi pastori, in un momento critico e molto difficile per il continente, alle prese con siccità, carestie e una crescente povertà. Introducendo e ringraziando i rappresentanti africani presenti, Carlo Petrini ha rinnovato l’impegno di Slow Food e Terra Madre nel lottare per il diritto al cibo e per la loro sovranità alimentare. «È già molto difficile essere allevatori o pastori in Europa, figuriamoci in Africa!» ha sottolineato Petrini. «Voi dovete essere orgogliosi di ciò che fate e dovete continuare a resistere, perché il futuro è nelle vostre mani», ha concluso, ricordando l’importanza di coltivare progetti concreti di scambio tra i produttori europei e africani, come accade in questi giorni a Cheese. Slow Food è un’importante realtà in Africa, con progetti in 30 Paesi, in cui cerca di ristabilire un equilibrio tra lavoro dell’uomo e la tutela della biodiversità.

È proprio questo equilibrio, infatti, che permette alle comunità locali di sopravvivere, mantenendo le loro coltivazioni e i loro allevamenti, garantendo loro un sostentamento. Numerose le testimonianze dirette dei pastori arrivati da Mauritania, Burkina Faso, Etiopia e Kenya, ognuno con le proprie storie e le proprie lotte, ma concordi nel considerare Slow Food un partner fondamentale per proteggere la loro economia e aiutarli a non scomparire. In Kenya, ad esempio, Slow Food è presente con il Presidio dello yogurt dei Pokot con la cenere, di cui i pastori vanno molto fieri, come ha raccontato Ruben Loitang, che ha aggiunto: «I miei figli, che si nutrono con cibo sano e bevono questo yogurt, sono molto più forti dei figli dei miei amici che vivono in città!». Dal Burkina Faso apprendiamo l’esistenza del Conseil Régional des unions du Sahel, una rete di produttori e allevatori impegnata nell’inserimento sociale della popolazione. Come ha illustrato Seydou Madia, rappresentante della rete e proveniente da una tribù tuareg, ora ci sono 14 Federazioni, 64 unioni e 1227 gruppi di base locali. Il loro progetto principale è rivolto all’inserimento lavorativo di giovani e donne, fasce più deboli della società.

Prima di iniziare il suo intervento e in nome della crescente collaborazione con Slow Food, Seydou ha messo il turbante tradizionale anche a Carlo Petrini, in segno di rispetto e gratitudine. Il desiderio degli allevatori di dromedari della Mauritania, invece, è riuscire a produrre anche prodotti trasformati derivati dal latte, per ora ancora impossibile, migliorando le condizioni di lavorazione, trasformazione e vendita. «Vorremmo partecipare al prossimo Cheese con i nostri formaggi», ha raccontato Mohammed Tate. «Stiamo cercando di incontrare altri allevatori per scambiare le nostre esperienze e i nostri problemi, perché siamo consapevoli dell’importanza di porre maggior attenzione al riconoscimento del lavoro e al benessere animale». Proveniente da una tribù nomade etiope, Shenko Baka ha denunciato la crisi che stanno attraversando: «Non solo dobbiamo lottare con carestia e cambiamenti climatici, ma anche con le politiche ostili del governo. Siamo pastori da centinaia di anni, ma a causa delle pessime condizioni economiche ora siamo obbligati a trasformarci in agricoltori, perdendo la nostra identità», ha raccontato. Al termine dell’incontro è stato presentato il manuale di buone pratiche igieniche “Per un cibo sano e pulito”, realizzato dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus in collaborazione con il Laboratorio chimico Camera di commercio di Torino e ovviamente con i rappresentanti delle comunità africane, che vuole essere un primo strumento per sensibilizzare la popolazione alle pratiche da utilizzare nell’allevamento e lavorazione dei prodotti.


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