Imprese ancora distanti dall’uscita della crisi. Nel corso del 2010 le piccole imprese venete hanno visto aumentare la distanza che le separa dal rivedere nuovamente la luce: ipotizzando che il tunnel della crisi sia lungo 100 metri, a gennaio le imprese avevano già percorso 52,6 metri, a ottobre sono retrocesse a 43 metri. Questi alcuni dei risultati del monitoraggio trimestrale condotto dalla Fondazione Leone Moressa ad un panel di 1.000 piccole imprese del Veneto nell’arco del 2010. Il pessimismo espresso in merito alla fine dell’evento recessivo, si manifesta nello slittamento in avanti della data ipotetica di uscita dal tunnel della crisi: se ad aprile si ipotizzava la fine del 2010 come periodo della ripresa, a ottobre si parla di metà del 2011.
Il fattore che determina questo stato delle cose, non è solo la riduzione della produzione, ma una serie di elementi esogeni all’attività aziendale che hanno costretto il 41,6% delle imprese ad intraprendere delle azioni di contrasto alla crisi attraverso processi di ridimensionamento imprenditoriale: in primo luogo si è ridotto il costo del lavoro (30,5%), poi i costi di produzione (24,4%) e infine si sono rinviati gli investimenti in programma (19,5%). Il ricorso alla Cassa Integrazione, la cui estensione alle piccole imprese è stata ben accolta, ha coinvolto quasi il 20% dei dipendenti di queste aziende; se si considerano solo le imprese che hanno beneficiato di tale sostegno pubblico, i dipendenti coinvolti sono stati quasi l’80%. Attenzione a non sottovalutare il rischio di esaurimento a breve delle ore autorizzate di Cig per quasi la metà delle imprese che hanno fatti riscorso a tale strumento.
Le azioni messe in campo dal Governo in questo ultimo anno hanno beneficiato solo marginalmente le piccole imprese venete: i provvedimenti sulla semplificazione, il decreto incentivi 2010 e la cosiddetta “Tremonti Ter” sono stati giudicati inefficaci per contrastare la crisi, mentre il Piano Casa sembra essere l’intervento più apprezzato. Nonostante le imprese ritengano poco o per nulla efficaci le azioni intraprese dal Governo, la maggior parte di esse identifica nello Stato Centrale il soggetto più indicato a far uscire le imprese dalla crisi, chiedendo la presenza di un soggetto regolatore in grado di dettare indirizzi certi e di assumersi delle responsabilità nella presa delle decisioni. In questo contesto di grossa difficoltà, anche le istituzioni locali giocano un ruolo di fondamentale importanza. In particolare, alla nuova Amministrazione Regionale le imprese chiedono, oltre alla riduzione delle imposte (32,7%), la facilitazione nell’accesso al credito (16,8%), un minor carico burocratico (13,4%) e un sostegno all’occupazione (9,0%) e agli investimenti (8,7%). Alcune di queste richieste sono state identificate come priorità nella determinazione delle linee di azione deliberate dalla Regione del Veneto, la quale ha in mano gli strumenti e le competenze per contribuire allo sviluppo e alla ripresa economica del Veneto.
In un contesto in cui però molti di questi strumenti risultano datati o addirittura inesistenti, la crisi può essere l’occasione per aggiornare il Piano Strategico Regionale in un’ottica proattiva e lungimirante. Risulta necessario attivare uno sforzo di pianificazione innovativa con piani di sviluppo settoriali (come ad esempio il piano sociosanitario, energetico, del turismo), definendo obiettivi e target che siano misurabili e quindi monitorabili nel tempo. In pratica, oltre ad attivare quegli strumenti necessari per superare la crisi nell’immediato, serve una programmazione di ampio respiro per definire la direzione da dare al Veneto. “Il ritardo accumulato nella redazione dei piani” – sostengono i ricercatori della Fondazione Leone Moressa – “deve essere preso come un’opportunità in quanto occasione unica di programmazione ritarata su un modello economico e sociale diverso da prima. Un obiettivo ambizioso ma certamente di successo per l’intera regione se concertato con le esigenze e le priorità dei diversi attori territoriali”. |