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SEMPRE PIU' COMUNI TRUFFATI DAI DERIVATI

Investire per portare alla crescita, a livello economico, di un ente come un comune e poi trovarsi defraudati dalle stesse banche. In Italia sta succendo abbastanza spesso che i comuni, come ad esempio quelli di Messina e Taormina, si trovino truffati dalle banche, come ad esempio, la Bnl, con strumenti di finanza derivata.

 

In finanza, il derivato è uno strumento che equivale ad un contratto o un titolo il cui prezzo è basato sul valore di mercato di altri beni, che possono essere azioni, indici, valute, tassi, etc. Insomma una sorta di investimento che un'impresa fa. In questo caso, però, le imprese sarebbero i comuni italiani. Esistono diverse tipologie di derivati e, la loro emissione, potrebbe sembrare una modalità di finanziamento a costo zero, se chi lo sottoscrive non esercita il diritto e incassa il prezzo d'acquisto o di vendita. In realtà, qualsiasi transazione finanziaria ha sempre un costo, altrimenti le banche non le proporrebbero, che può essere implicito, ossia occulto.

Il mercato italiano dei derivati è l'Italian Derivative Market (Idem). Vengono negoziati sia in Borsa che in mercati over the counter, vale a dire fuori borsa e sono generalmente caratterizzati da leva finanziaria, rappresentando quindi strumenti finanziari di particolare rischio. Inoltre, i mercati su cui vengono negoziati sono normalmente caratterizzati da liquidità molto minore rispetto al mercato azionario. Vengono spesso concettualmente equiparati alle scommesse, più che a degli "investimenti". Perchè 'utilizzare' gli strumenti derivati? Una finalità potrebbe essere la copertura di un rischio, coprirsi, quindi, dai rischi di prezzo, di tasso o cambio.

Oggi il caso dei derivati si riapre con i comuni di Messina e Taormina. Ieri, ingatti, la Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro preventivo di 17 milioni di euro alla Bnl, per una presunta truffa ai danni dei comuni siciliani, attraverso la finanza derivata. L'inchiesta è stata aperta dalla Procura di Messina nel 2009 e il danno allora calcolato solo per il Comune di Messina, era di ben 23 milioni di euro ed è derivato dal pagamento di alte commissioni e tassi elevati. Per gli investigatori l’istituto di credito avrebbe inserito nei contratti le 'commissioni implicite', oneri cioè non rilevabili che, per effetto di clausole caratterizzate da complessi calcoli di matematica finanziaria definiscono, su base probabilistica, le previsioni sulle variazioni dei tassi ufficiali di interesse.

Secondo gli inquirenti, poi, gli enti pubblici hanno firmato i contratti convinti di ottenere benefici economici per le loro finanze mentre, operazioni, che dovevano essere di copertura rischio, sono risultate vere e proprie speculazioni estranee alle finalità dell’ente. Per la Gdf i contratti sono stati stipulati in violazione degli obblighi informativi verso la clientela.


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