Servono una politica industriale regionale specifica per il Sud, con risorse ad hoc, e più adeguate condizioni di accesso agli interventi della politica industriale nazionale. Accanto ai crediti d’imposta, occorrono misure selettive per riqualificare l’apparato produttivo attraverso l’innovazione, l’internazionalizzazione e la formazione di reti di impresa”. È quanto sostiene la SVIMEZ in uno studio di Riccardo Padovani e Grazia Servidio che sarà pubblicato sul prossimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale dell’Associazione. Le ragioni di una nuova politica – Una politica industriale regionale specifica, si legge nello studio, è necessaria per due motivi: affrontare i problemi strutturali alla base della carenza di competitività dell’industria del Mezzogiorno ed evitare che le imprese meridionali continuino ad essere disarmate e prive di strumenti per fronteggiare la crisi in atto.
Una crisi che ha già fatto emergere tutta la fragilità del sistema industriale meridionale. I numeri della crisi industriale - Dal 2008 al settembre 2009 nell’industria meridionale sono stati persi 93mila posti di lavoro, pari al 10% degli occupati industriali, una quota di tre volte superiore al calo del Centro-Nord (del 3,7%). Con forti differenze territoriali. Le regioni più colpite sono Campania e Puglia, con oltre 26mila addetti in meno, seguite da Sicilia (-16.800) e Sardegna (-9.200). Situazione ancora più pesante se si va a vedere l’evoluzione congiunturale: se già nel 2008 gli occupati nell’industria al Sud erano scesi del 4,9% rispetto all’anno precedente, a fronte di una riduzione dello 0,4% nel resto del Paese, nei primi tre trimestri del 2009 la flessione nel Mezzogiorno è arrivata al 7,4%, più del doppio del calo del Centro-Nord (-3,1%).
I numeri delle politiche industriali – “Di fronte a tali difficoltà, si legge nello studio, si ripropongono con forza le ragioni di una politica industriale per il Sud ancora più efficace che in passato e che oggi, invece, sembra avviata a una sostanziale smobilitazione”. Nel periodo 2000-2007 le agevolazioni concesse per la riduzione degli squilibri territoriali avevano rappresentato al Sud oltre il 79% del totale degli interventi. Dal 2007 però sono stati cancellati i principali strumenti di agevolazione (488/1992 e sostegno a ricerca e innovazione) e non è stata prevista alcuna altra misura di aiuto di entità paragonabile: si è passati da 2,7 miliardi di agevolazioni concesse per la riduzione degli squilibri territoriali del 2004 a 21 milioni di euro nel 2007. A ciò si aggiunge, ad oggi, l’inoperatività delle Zone Franche Urbane e dei contratti di programma e dal 2008 l’esaurimento delle risorse per i crediti d’imposta.
L’estensione al Centro-Nord - Dal 2007 inoltre alcuni strumenti di intervento inizialmente destinati solo al Mezzogiorno sono stati estesi al Centro-Nord, come i contratti di programma, che dovrebbero invece essere riservati alla sola area “debole” del Paese. È soprattutto nel Sud che le diseconomie territoriali determinano una minore capacità di attrazione. In altri termini: “non solo diminuiscono in quantità le risorse per il Sud, ma viene erosa la capacità di compensazione degli svantaggi localizzativi” Il settore chiave : R&S – Tra il 2000 e il 2007, sul complesso delle agevolazioni, quelle destinate a ricerca e a innovazione hanno rappresentato al Centro-Nord il 35% e al Sud appena l’8%. Riguardo al credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo e al Progetto di innovazione industriale “Mobilità sostenibile”, poi, nel 2008, oltre il 90% dei fondi è andato al Centro-Nord.
A ciò si aggiunge l’azzeramento del Programma di attuazione nazionale (PAN FAS) “Ricerca e competitività” (7,2 miliardi di euro) e il conseguente trasferimento di risorse al “Fondo strategico per il Paese a sostegno dell’Economia reale”, presso la Presidenza del Consiglio. In assenza di politiche regionali specifiche, in un settore chiave come R&S, la difficoltà per il Sud di accedere a strumenti di incentivazione nazionale aggrava ancora di più il quadro. Gli obiettivi “guida” di una nuova strategia di politica industriale per il Sud dovrebbero essere: - riqualificazione del modello di specializzazione produttiva, attraverso il sostegno all’innovazione tecnologica - aumento delle dimensioni medie dell’impresa meridionale, attraverso il sostegno alla formazione di “reti” di imprese e a un maggiore accesso al credito - crescita del grado di apertura verso l’estero, pieno inserimento delle imprese meridionali nei progetti di innovazione di “Industria 2015” e rilancio delle politiche di attrazione.
Gli strumenti – Nella nuova politica industriale un ruolo centrale dovrà continuare ad essere affidato agli interventi di incentivazione. Ai crediti d’imposta – “che nell’attuale crisi possono assumere un’importanza anche maggiore che in passato, agendo in funzione anticiclica e contribuendo a mitigare i vincoli finanziari, ma non sono in grado di favorire la crescita della competitività del sistema” - vanno affiancati strumenti di incentivazione di tipo selettivo mirati a obiettivi strategici di miglioramento strutturale. |